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Vi racconto la vera storia vera di una commessa...

Mi chiamo Francesca, sono nata e vivo a Roma.

Anche avendo ottenuto diploma e laurea con il massimo dei voti, studiando col sottofondo continuo dei miei professori che soventemente mi minacciavano "guarda che se non studi non potrai far altro che la commessa".

Ho lavorato come commessa per ben quattro anni : se i miei insegnanti avessero immaginato!

Lo scopo era cercare di non essere oggetto del crescente pregiudizio secondo cui “gli italiani sono tutti mammoni†ed essere indipendente nel più breve tempo possibile perché, si sa, una stanza tutta per se è essenziale almeno una volta nella vita.

Lavorare mi è servito per terminare i miei idealistici studi universitari: arti e scienze dello spettacolo.
Ma laurea, ai nostri giorni, non sempre significa impiego.
Lo sanno bene quanti, alle prese con il difficile mondo burocratico delle università, delle stanze in affitto e delle bollette da pagare ogni bimestre, cadono dalla dorata nuvoletta di sogni intitolata “da grande vorrei tanto essereâ€, per adeguarsi ad una vita fatta di compromessi e sogni disattesi.

Ho visto

attori servire la pizza e poeti seduti dietro la cassa di un supermarket.

Ma fare la commessa in un negozio di abbigliamento femminile può risultare un compito molto più arduo di quanto possa sembrare: le bizzarre e stravaganti richieste delle madames clienti mi hanno spesso lasciata perplessa.


"Avete pantaloni a mezzo sedere?" "Un colore più neutrale?" "Avete un maglione a scorza d'albero?".

Così, alle prese con le clienti incontentabili dell’affollato negozio del centro di Roma, ho accolto e cercato di accontentare, i desideri delle esigenti madames senza peraltro tralasciare di appuntare su un taccuino ben nascosto dagli occhi indiscreti, tutte le espressioni che tanto mi hanno fatto sorridere e imbarazzare.


Così è nato un libro edito dalla Newton Compton. :

un po' per divertimento, un po' per riflettere sul complicato mondo delle scelte: ma la gente ha ancora desideri, gusti personali o tutto è solo il frutto di uno spietato e calcolato condizionamento?
Uno stupidario della moda,
un dizionario degli incredibili termini utilizzati dalle madames clienti per definire abiti, colori, misure e tagli.
Ma anche un libro sul difficile compito della vita, scegliere, che non tralascia di raccontare la difficile realtà del precariato giovanile e della generazione dei trentenni accasati da mamma e papà e una storia che invita a non abbandonare le proprie passioni.


mercoledì, 27 giugno 2007

Ma torniamo a parlare di madames












margherite copiaRicordo ancora una signora che attratta dal colore di una gonna indossata da un manichino, si infilò nella vetrina per vederla da vicino.



Ora, la storia della vetrina è una faccenda delicata.



La nostra vetrinista era una professionista molto esigente e se trovava qualche oggetto spostato nella sua assolutamente accurata vetrina, dove tutto era stato disposto con attenzione millimetrica, andava su tutte le furie.



Quindi mi precipitai verso la madame cercando una strategia per farla uscire da quel santuario di ordine e beltà.



«Signora ha bisogno di qualcosa, la posso aiutare?»



La donna uscì divincolandosi tra i mille oggetti esposti e disse «Scusi, avete gonne come quelle in vetrina?» disse indicando la lunga gonna a scacchi rossi e verdi infilata sul manichino centrale.




«Non vorrebbe provare direttamente quella che ha visto in vetrina?»




«Ma io non la voglio uguale, la voglio simile!» rispose irritata sentendosi contraddetta.



«Abbiamo un’altra gonna a scacchi» risposi porgendole con garbo l’alternativa.



Non capivo esattamente di cosa avesse bisogno la madame; perché mi chiedeva una gonna simile ad un’altra che, eppure, già le piaceva? Era curiosa di vedere le alternative? Aveva soltanto voglia di chiacchierare?  



«Ma non con gli stessi scacchi, io vorrei degli scacchi bianchi e blu!»



Però una gonna con gli scacchi bianchi e blu c’era, un articolo di qualche settimana prima; me ne ricordai e così lo mostrai alla cliente esigente.



«Guardi con gli scacchi bianchi e blu abbiamo questa gonna a ruota, che ne dice la vuole provare?»



«Senta –disse secca- a questo punto sarebbe meglio una gonna a fiori»

Eccovi un assaggio

appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 00:08 | link | commenti (6)
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lunedì, 25 giugno 2007

Così tanto per dire che...

Vi lascio la sigla della mia fiction preferita cantata dal mio cantante preferito...

P.S.:

Chi non la conosce si documenti su

"Gli occhi del cuore"!

Su You Tube vasta scelta di spezzoni.

Così poi possiamo parlare bene di

raccomandazioni,

meritocrazia

e di "arte"

cinematografica!

appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 22:49 | link | commenti (8)
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venerdì, 22 giugno 2007

Vita da cameriera

LimoniAncora notizie dal mondo delle cameriere



Premessa



Quanto sto per raccontare è frutto dell'esperienza di mia sorella che, per pagarsi i colori della tavolozza con cui disegna, ha sbarcato il lunario servendo ai tavoli del Gay Village a Roma.



"Buona sera, cosa le servo?"



"Non lo so che c'è?"



"Beh, siamo in un lounge bar, forse...qualcosa da bere?"



"Ah...va bene."



"Va bene?"



"Si!"



"Va bene, cosa?"



"Qualcosa da bere dolcezza!"



"Ma cosa da bere?"



"Non so, che c'è?"



E qui cominciamo a innervosirci, ma perchè non guardi il menù?



"Andrebbe bene un succo di frutta? Con questo caldo, magari le fa piacere, un bel succo fresco."



"Si. D'accordo."



"Che gusto le porto?"



"Non so...che gusti ci sono?"



Menù no eh?



"Pera, pesca, albicocca, arancia, ACE, mirtillo, pomodoro, fragola e frutti esotici."



"Ho capito...beh...io prendo...un succo di...ah si di LIMONE!"



"LIMONE?"



"Si, che è sorda?"



"Va bene, limone...limonata?"



"No! Un succo di limone!"



"Se vuole posso farle fare una spremuta...di limone...noi il 'succo' di limone non ce l'abbiamo..."



"Uffa!"



"Come 'Uffa'!"



"Ma non avete niente!"



Credo che poi sia venuto nel mio negozio per provare un maglioncino...sapete com'è quando c'è l'acidità di stomaco è sempre bene non prendere freddo...
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 09:51 | link | commenti (19)
categorie: uomini, desideri, cameriere, vorreivorrei, i veri perchè dellesistenza
lunedì, 18 giugno 2007

La scuola continua

bimba curiosa...



"E i bambini quando sono nella pancia della mamma, respirano grazie al

cordoglio ombelicale!"



Anche le madames clienti sono state bambine



questa ne è la prova!
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 19:55 | link | commenti (14)
categorie: scuola, esami, studenti, i veri perchè dellesistenza
giovedì, 14 giugno 2007

Grazie 10000!!!!!!!!!!!

10000e1 copia10000e2
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 12:39 | link | commenti (9)
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mercoledì, 13 giugno 2007

E' finita la scuola

bimba curiosa







La scuola è finita.







Così, da brava maestra precaria (o non di ruolo, dite un po' come volete)







ascolto i bimbi che mi fanno taaaaante domande interessanti (chiaramente più intelletuali delle madame clienti).







Vi lascio una chicca:







"Maestra posso ripetere l'ecosistema?"







"Ma certo. Dimmi. Ti ascolto."







"Allora. Nell'ambiente ci sono gli esseri viventi..."







"Si. E poi?"







"Gli esseri viventi sono: la flora e la Sauna!"
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 18:04 | link | commenti (13)
categorie: scuola, esami, studenti, i veri perchè dellesistenza
sabato, 09 giugno 2007

Giovani indipendenti e premiati.

povera commessaGiovani indipendenti e premiati.



Cari tutti, ecco la mia risposta a "Il Messaggero" (clikka per vedere), alla domanda



"Giovani indipendenti e premiati?"









"Datemi il premio! Scherzi a parte, l’indipendenza costa cara e le soddisfazioni che si raccolgono dopo averla seminata - a suon di sacrifici s’intende - sono poche ma grandi. Se sei di Roma, come me, sei avvantaggiata: l’affitto è tra i più cari d’Italia ma gli studenti universitari fuori sede alimentano il mercato dell’alloggio.






Così, alla veneranda età di ventitré anni, fuggivo da una famiglia sovraffollata - due fratelli, due sorelle - dove una ciabatta fuori posto nella stanza che condividevo con le sorelle poteva provocare una guerra civile e mi imbarcavo, Porta Portese in tasca, nell’avventura che avrebbe cambiato il corso della mia vita.







“Ma tu sei di Roooma?” mi sentivo spesso chiedere in un accento marcatamente meridionale quando andavo a visitare le stanze in affitto. “Si” rispondevo diffidente. “Ma alooora perché non te ne rimani dai tuoi?”. Spesso non sapevo cosa rispondere. Si perché andare via dalla casa paterna per poter studiare in un’altra città, spese all-inclusive a carico dei parenti, è un fatto normale; andare in un’altra casa frequentata da studenti come te senza cambiare città è pazzesco.









Non mi pentirò mai della mia scelta anche se per me è significato modificare il mio concetto di futuro e alla domanda: “che vuoi fare da grande?” mi ritrovavo con un’unica, riduttiva risposta: “qualcosa che mi permetta di pagarmi l’affitto e le bollette, si insomma vorrei un lavoretto per poter un giorno avere un vero lavoro…”.



Le mie ambizioni naufragavano lentamente alla deriva di un domani sempre più incerto e distante. Allora come porsi? Come sopravvivere al naufragio? Riuscii a trovare un’unica soluzione: vivere il presente come se fosse il mio futuro, però al meglio e cercando di risparmiare. Così ho tentato di dare il massimo in ogni piccola attività temporanea: ho fatto la cameriera, così come la portinaia, la commessa e la segretaria (part-time al nero in un sindacato), con l’intento di svolgere il mio lavoro bene, cercando di mettere in pratica l’antico adagio che mia nonna dettava ai suoi alunni delle elementari classe 1930: “Chi ben semina ben raccoglie”.



Insomma accantonare le mie ambizioni per un presente attivo, perché la vita non si vive nel desiderio di viverla in remoto domani. Ho finito l’università con le mie forze e con l’incoraggiamento di chi ha creduto in me, ho lasciato i lavoretti temporanei per un lavoro vero e precario - l’insegnante - ho un bel bagaglio di esperienze che mi hanno fortificata e arricchita ed ho capito che è inutile e doloroso guardare troppo avanti, forse, a questo punto e a queste condizioni, e che è meglio, perché dà più soddisfazione, voltarsi ogni tanto indietro per scorgere la strada percorsa.



Insomma forse, oggi come oggi, è meglio la gallina subito che l’uovo domani. Ho vinto qualche cosa? Saluti"





Ma il premio arriva sempre?



Fatevi sentire!










appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 12:09 | link | commenti (8)
categorie: desideri, messaggero, commessa, vorreivorrei, commesse, i veri perchè dellesistenza
mercoledì, 06 giugno 2007









la sindrome della commessaEpilogo










Ecco che si affaccia Ale.



Il commesso della valigeria accanto.



Lo prendiamo sempre in giro perchè assomiglia a Totti.



SI affaccia e chiede:



"Aoh...



ma lo sapete che è successo oggi?"



NO



"E' entrata una, è andata ar bagno



e c'ha fregato la carta igienica!"



NO!
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 17:01 | link | commenti (10)
categorie: shopping, desideri, commessa, vorreivorrei, commesse, shop assistant, i veri perchè dellesistenza
lunedì, 04 giugno 2007

Confidenze ultimo round.

confidenze copiaMentre Lady Mollettissima espletava le sue funzioni, approfittai per riordinare un po’.






Presi la scala e mi arrampicai in cima agli scaffali dove erano impilate le maglie.







Le disposi per tipologia, poi, per ogni modello, feci un’ulteriore divisione per colori, poi suddivisi nuovamente le pile per misura.
In questa maniera era più facile orientarsi tra le cataste di maglie, magliette e magliettine.



Feci una pausa.



Forse la madame aveva finito in bagno e non volevo che uscendo mi trovasse sulla scala o in mezzo al disordine.



Poiché non sentivo provenire dal petit bagno nessun movimento, approfittai per dare una spazzata al pavimento, poi sistemai un po’ l’hostaria.



Certo l’hostaria.



Perché vi stupite.




Avete capito bene, l’hostaria.




Per l’esattezza la rinomata “Hostaria da Bombolo”.



Sarà meglio che mi spieghi.



Noi commesse non avevamo un posto dove andare per consumare le nostre cibarie durante la pausa pranzo; il ristorante o le rosticcerie erano fuori discussione: troppo care per chi pranza fuori tutti i giorni; i bar: poco convenienti per la linea; i giardini pubblici a due passi dal negozio erano l’unico posto semitranquillo per poter consumare panini e insalate di riso confezionate rigorosamente la mattina presto prima di uscire da casa, ma non quando pioveva.



Così ci ritrovavamo spesso a consumare i nostri dietetici pranzetti sulla soglia del bagno, nel magazzino per l’appunto.



Avevamo creato un angoletto niente male con tanto di mini tavolino e mini sedia: stile giardino di infanzia.



Quella era la nostra hostaria personale.



Siccome poi da lì si poteva intravedere perfettamente lo scopino cicciotello a ridosso del water, soprannominato Bombolo per via della sua forma, avevamo chiamato la nostra hostaria personale “Hostaria da Bombolo”.



Così ripulii con cura l’Hostaria accostando tavolo e sediolina alla parete.



Tanto la pausa pranzo era passata da un pezzo.



Anzi l’ora della chiusura si avvicinava, con la consueta lentezza, ma si avvicinava.



Non era male trascorrere il tempo nel magazzino.



Cera una certa confortante tranquillità.



Ma quanto tempo stavo passando lì?



“Santo cielo –pensai rabbrividendo- e la madame che fine ha fatto?”



«Signora, tutto bene? E’ passata quasi un’ora! Devo chiamare un medico?»



“Scataplan scataplin squaaasscc…” Dal bagno, dal quale fino a quel momento non si era sentito un suono o una voce, si udirono improvvisamente suoni assai sinistri.



Quindi si aprì la porta.



«Ho fatto.» Disse la madame uscendo, srotolandosi le maniche del cappotto.



«Bene signora, cominciavo a preoccuparmi, sa…»







«Io ho fatto le ho detto e, invece di preoccuparsi, perché non mi mostra qualche bell’abito o qualche magliettina. Ne ho viste di così carine qui in magazzino. Mi dica la verità, nel negozio non avete esposto tutto quello che c’è qui, vero?»



«Si signora glielo garantisco, in negozio c’è tutto, proprio tutto, non manca niente. Se scendiamo posso dimostraglielo» ma perché le madames sono sempre convinte che noi commesse nascondiamo i capi più belli, quasi ci fosse, in ogni negozio, un tesoro sepolto, la cui mappa segreta è tatuata sulla pelle di qualche commessa, rinchiusa in un sotterraneo remoto e profondo?



Noi, ad ogni modo, non nascondevamo proprio un bel niente.



Io non vedevo l’ora di scendere.



Le mie colleghe, probabilmente si stavano già domandando che fine avessi fatto e poi non mi piaceva l’idea di averle lasciate sole.







Così scendemmo la ripida scalinata e ritornammo a veder…i faretti illuminati della vetrina.







Non appena messo piede a terra Madame Molletta Bella partì come un fulmine incontro ai variopinti scaffali e cominciò a scegliere una grande quantità di maglie, gonne, pantaloni, fino ad aggiungere, come ciliegina sulla grande torta ammucchiata selvaggiamente sul bancone, un cappotto.



Poi tutto crollò per terra.



“Accipicchia –pensai- forse la madame si vuole sdebitare dell’uso del bagno ed ora vuol comprare tutto il negozio, ecco, lo sapevo, l’avevo mal giudicata, sono proprio un’ingrata.”



Raccolsi tutto e piegai per bene gli abiti scelti dalla madame, cappotto compreso, quindi mi accinsi a fare il conto.



Un conto con fiocchi e contro fiocchi.



Un conto da premio produzione.



«Bene signora, sono millecinquecentoottanta Euro. Facciamo millecinquecento è contenta?»



«Grazie lei è proprio gentile, lo apprezzo molto.»



«Bene.»



La madame a questo punto avrebbe dovuto prendere il portafogli, estrarre una carta di credito o del denaro o anche un assegno poteva andar bene.



Niente di tutto questo.



Madame Mollettissima se ne stava lì, ferma davanti a me in stato semicontemplativo.



Alla mia richiesta di denaro, non aveva reagito.



Se non con uno sguardo fisso e silente inchiodato dentro le mie pupille impazzite.



“Forse è un’optometrista e mi sta analizzando l’iride” pensai.




Non mi era mai capitato di pensare pensieri così sconclusionati, mi meravigliavo di me stessa.



Così per togliermi la curiosità glielo chiesi «scusi lei fa l’optometrista?» domanda ancora più sconclusionata.



«Eh?»



Ma no, ma no, avevo sbagliato domanda!



Dovevo riparare e rimediare.



«Scusi, volevo dire, come preferisce pagare le millecinquecento euro?»



«Oh già!» Esclamò risvegliandosi l’optometrist…la madame.



Uscendo al rallentatore dal suo sonno ipnotico cominciò a scavare nella sua grande borsa dai colori fluorescenti.  



La madame raspava nella borsa.



La porta del negozio si chiuse per metà. I faretti esterni vennero spenti.



L’ora della chiusura era giunta.



Lo stereo venne ammutolito, l’insegna luminosa all’esterno spenta, la grande porta a vetri chiusa e noi piombammo in un silenzio accaldato e scomodo.



La madame raspava e scavava senza sosta nella borsa fluorescente che sembrava senza fondo.



Era una borsa piena.







Piena di tutto.



A prova di Mary Poppins, Eta Beta e Mago Merlino della Spada nella Roccia versione disneyana.



Insomma piena di tutto.



Ma soprattutto dinonon poteva essere possibile!



Io sono una commessa molto rispettosa della privacy altrui.



Non guardo mai i codici pin delle carte bancomat.



Non entro nei camerini a sorpresa mentre una madame si cambia ed evito di fare troppe domande personali.



Soprattutto non spio nelle borse delle clienti.



Ma stavolta non ero riuscita a trattenere la curiosità e avevo guardato.



Non l’avrei mai fatto se non fossi stata attirata dai rumori sinistri e cigolanti che provenivano dalla sacca bozzuta e fluorescente della madame Mollettes.



Mi ero voluta sporgere dalla mia finestra di riservatezza e mi ero affacciata in quell’antro pieno di oggetti, kleneex accartocciati, monetine e briciole.



Vidi sette rotoli intonsi di carta igienica.



Sette rotoli candidi e soffici.







Non ebbi il coraggio di dire niente. Mi girai verso la cassa dando a vedere che ero occupata a rivedere i conti e che non avevo visto niente.



Niente di niente.



Intanto pensavo. Pensavo alla madame piena di mollettine appese in testa nel bagno che sistemava i rotoli ovattati nella borsa fluò. Perché era chiaro che li aveva presi nel nostro bagno.



Pensavo a tutte le toilettes che la madame aveva visitato ed a un grande scaffale nella sua casa, traboccante di carta igienica: rotoli bianchi, rosa, dai colori pastello, con margherite stampate, profumati, morbidi o ruvidi come carta vetrata come quelli rosa antico della mia infanzia, di quando andavo a scuola dalle suore mariniste e che dolore quando te ne servivi.



Ma perché riempirsi il fagotto di carta igienica?



Secondo il mio pittoresco intuito investigativo i casi potevano essere due: nella migliore delle ipotesi la madame soffriva di diarrea acuta e non aveva i soldi per comprare la carta igienica e nella peggiore era una maniaca ossessiva collezionista di rotoli che utilizzava per imbavagliare ed immobilizzare la gente: in questo caso sarei stata in pericolo.



«Ecco signorina»



La madame irruppe nella mia nuvoletta di carte arrotolate morbide e ruvide.



Mi porse la carta d’identità.




Io presi il documento nelle mani incredule. Rimasi ferma a fissarlo e a pensare “e adesso che me ne faccio di questo, ma guarda un po’ che mi doveva capitare…”



Mrs. Molletta Bella probabilmente indovinò i miei pensieri.



«Senta oggi non ho liquidi per pagare- “certo che non ha più liquidi è stata un’ora in gabinetto…” pensai stizzita e stanca - quindi – continuò lentamente la madame - mi può mettere da parte tutto, io le lascio il mio documento in garanzia, tra due giorni prendo lo stipendio e saldo tutto».






Giusta la prima ipotesi: la madame non aveva soldi..



Quindi soffriva di diarrea acuta.



Ero salva: non sarei stata imbavagliata con la carta igienica.



Dovevo immaginarlo che non poteva filare tutto liscio.



Avevo perso molto tempo dietro a tutti i capricci della madame mollettata e avevo la sensazione che ne avrei perso ancora molto se avessi accondisceso anche a quella strampalata e impossibile richiesta.



Certo per Mrs. Mollettissima, la sua proposta non faceva una grinza: un’ora al bagno più sette rotoli di carta igienica, più un’ora di prova, uguale: carta d’identita.



No.Lo scambio non era equo. Non era giusto. Anzi. Forse avrei dovuto pareggiare i piatti della bilancia con un bello sfogo di rabbia.



Ne avevo una gran voglia.



Ma liberarmi di una cliente maleducata è un conto. Insultarla un altro.



Mi vennero in mente certi miei studi di teatro.



Mi venne in mente quando Pirandello, per spiegare cos’è l’umorismo, racconta di una signora che è anziana. Molto anziana, anzianissima. Nonostante questo la signora si trucca e si veste come un’adolescente: si tinge i capelli, indossa abiti appariscenti, tacchi vertiginosi e se ne va in giro tutta pittata che sembra la tavolozza di Mirò.



Allora la gente che la guarda passare, a vedere tanto rossetto su una faccia così rugosa e impettita, si sganascia dalle risate, nemmeno fosse al circo Colomabioni.



Tutti pensiamo di aver capito Pirandello: è quello l’umorismo.



Poi però Pirandello, a sorpresa, ci spiega che l’anziana donna ha subìto un trauma e che da allora ha paura di diventare vecchia, ha paura della morte ed è convinta che se si camuffa da ragazzina la morte non si accorge che è diventata vecchia e non la porterà mai via con sé.



Quello è l’umorismo. L’umorismo che ti fa sorridere, ti fa imprecare ma poi ti lascia un amaro appiccicoso in bocca. Un amaro profumato. Un amaro di resina.



Allora il lettore si vergogna di aver giudicato la superficie di una donna buffa che dentro di sé racchiude tanto dramma e tanti enigmi.



Non potevo giudicare Mrs. Molletta dorata, non la conoscevo, non sapevo se ci fosse nel suo passato qualche tragica storia di vita ma potevo certamente difendermi e far valere anche la mia ragione, la mia storia, la mia personalità spazientita.



«Signora, mi dispiace ma io non posso metterle da parte tutti questi abiti. Dovrebbe almeno lasciarmi un acconto, è la regola e vale per tutte le clienti.»



«Ma io le do la mia assicurazione che tornerò entro due giorni!»



«Se torna entro due giorni vedrà che troverà ancora quel che cerca. Poi vedrà che tra due giorni arriveranno anche abiti nuovi, forse anche più belli.»



Ma Mrs. Molletta insisteva.



«Ma insomma qual è il problema? Pensa che io non sia di parola? Mi sta giudicando perché ho usato il bagno?».



Ma come? Mi ero così tanto sforzata di non essere superficiale, avevo perfino tirato in ballo Pirandello!



Madame fermaglietto aveva giocato sporco. Si stava approfittando della mia disponibilità.



Bene Mrs. Molletta. L’hai voluto tu. Se tocchi il tasto della compassione e della vulnerabilità hai trovato pane per i tuoi denti.



Indossai corazza, scudo e spada e mi feci avanti pronta per una battaglia senza punti di respiro.



«Scusi signora, ma se le metto da parte tutti questi abiti trasgredirò le regole e se trasgredisco verrò licenziata. Già è un miracolo che non sia passato un vigile urbano a farmi una multa, visto che la sto servendo fuori dell’orario consentito. A quest’ora sarei dovuta già essere a casa lo sa? Io ho bisogno del mio lavoro, devo pagare l’affitto, le bollette, il pane. La prego non mi faccia licenziare. Se lei torna tra due giorni le prometto che saprò ricordare tutto quello che si è provata oggi. Io ho una grande memoria…»



Avevo toccato il tasto giusto.



«No guardi io non voglio metterla nei guai. Certo se deve rischiare il lavoro è meglio non insistere...»



Si era quasi persuasa ma volle tentare un debole contrattacco.



«Certo però tutti i negozi dove mi servo non mi hanno mai fatto problemi del genere…»



Ma io risposi con lo sguardo più affranto e costernato che potevo offrire: uno sguardo da cucciolo abbandonato sotto la pioggia. Un piccolo cucciolo indifeso solo, in una strada piena di gente frettolosa, dove nessuno si accorge di lui, anzi dove ogni tanto si becca pure qualche calcio dai passanti distratti che inciampano sulla sua coda spelacchiata.



Insomma cercavo di istillare nel cuore di madame Molletta un po’ di compassione, senso di colpa e di umorismo.



Come nella teoria di Pirandello.



Doveva capire che non ero semplicemente una commessa svampita ma che anch’io avevo una storia dietro la mia gonnellina svolazzante.



La teoria di Pirandello funzionò.



«Va bene signorina, non voglio metterla nei pasticci. Però lei mi promette che quando tornerò non dimenticherà nulla?»



«Prometto!» Promessa sincera. D’altra parte come avrei potuto dimenticare quell’episodio?



Ma di ricordare non ne ebbi bisogno perché Mrs. Molletta non tornò né nei due giorni successivi ne mai.



Chissà forse era rimasta in bagno a smaltire tutti i rotoli di carta igienica.











E questo è tutto gente!
appuntato da venturo nel retro del negozio, alle ore 08:49 | link | commenti (13)
categorie: confidenze, shopping, desideri, commessa, commesse, shop assistant, i veri perchè dellesistenza